Chi mi conosce ormai sa quanto io sia appassionato di scienza e in particolar modo di tutto ciò che permette di modellizzare matematicamente nonchè analizzare la realtà in cui viviamo. Voglio qui condividere il tema di due articoli che ho letto sul numero di Agosto di Le Scienze (rivista che invito fortemente a leggere data la molteplicità di argomenti che tratta con estremo rigore e serietà, a differenza di quanto fanno altri giornali e riviste on line).

Il primo articolo di cui voglio parlarvi riguarda il modus operandi dei molluschi nel costruire il proprio guscio. L’articolo è stato scritto da Derek E. Moulton (professore associato di biologia matematica all’Università di Oxford), Alain Goriely (professore di modellistica matematica all’Università di Oxford) e Régis Chirat (paleontologo specializzato in molluschi fossili all’Università di Lione). Già qui si noti la collaborazione, che direi proficua, tra esperti di settori in apparenza diversi.

I tre hanno determinato il modo in cui i molluschi riescono a produrre gusci di elevata resistenza, durevolezza e bellezza. Lo strumento che hanno utilizzato è stata la geometria differenziale. Ad esempio, per capire il processo di formazione delle spine su alcuni gusci, dipendente dalla ripetizione del processi di crescita e interazione meccanica, avevano ipotizzato che il preciso andamento (delle spine) dipendesse principalmente dalla rapidità della crescita accelerata e dalla rigidezza del mantello. Per verificarlo hanno sviluppato un modello matematico di mantello che cresce su una base che evolve a ogni iterazione. Tale modello ha generato una varietà di andamenti delle spine che hanno  permesso di confermare l’ipotesi dei tre. Vi consiglio di approfondire l’argomento leggendo l’intero articolo sulla rivista mensile. Personalmente, infatti, ritengo che l’osservazione della natura sia la chiave fondamentale per lo sviluppo e il progresso tecnologico e umano. La natura ci fornisce le risposte a tante domande, sia a quelle che sono state già poste sia a quelle che non ci sono venute ancora in mente. Sono molto “leonardiano” su questo punto e le analisi storiche lo confermano. Gli artisti hanno fatto si che i matematici sviluppassero teorie algebriche oggi importantissime in informatica e sicurezza cibernetica, geometrie non euclidee aventi molteplici applicazioni; i musicisti, tra le tante cose, hanno suscitato la curiosità che ha portato allo studio delle vibrazioni delle piastre, importantissime in ambito strutturale e architettonico. Ma potrei fare troppi esempi quindi mi fermo qui.

Per quanto concerne il secondo articolo che vi consiglio di leggere, esso riguarda un’interessante domanda che sicuramente anche qualcuno di voi si sarà talvolta posto: perché quando spostiamo rapidamente la fotocamera di un cellulare otteniamo immagini sfocate mentre quando muoviamo i nostri occhi tutto rimane nitido? Qualcuno potrebbe azzardare che si tratti di velocità di elaborazione dei segnali. Bhè…non è così: la verità è che a intervalli siamo ciechi. Come espone nel suo articolo Paolo Attivissimo (giornalista informatico e studioso della disinformazione nei media), ciò che fa il nostro cervello per evitare di produrci nausea durante i movimenti è di renderci ciechi fino a un decimo di secondo durante i movimenti rapidi. Gli istanti di buio vengono poi cancellati dal cervello che ricostruisce la nostra cognizione del tempo in modo da eliminarli. Quando svolgiamo incarichi importanti e ci distraiamo diventiamo ciechi e quindi pericolosi. Al giorno d’oggi è chiaro (almeno dovrebbe esserlo) che l’uomo di per sé non abbia incorporati gli strumenti sufficienti per l’esplorazione e comprensione della realtà…o meglio, ne ha uno: il cervello. Per sopperire alle nostre carenza abbiamo sviluppato la scienza e la tecnologia. E per fare della buona scienza è necessario porsi le domande giuste e una di queste è “perché?”. In tutti i corsi universitari tenuti da professori che possano essere ritenuti tali, quelli davvero appassionati, avremo sentito dirci quanto sia importante chiederci il perché delle “Cose”, il perché certe formule abbiano una data forma, il perché gli avvenimenti storici abbiano seguito un dato corso. Ritengo importante oltre ogni cosa andare al di là della pura conoscenza enciclopedica, non soffermarsi alla lettura di concetti ma interiorizzarli così che diventino parte di noi, uno strumento da utilizzare di continuo. Voglio concludere citando il celebre motto associato a Steve Jobs a seguito del suo famoso discorso a Stanford: Siate affamati, siate folli.


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